I migranti e l’Europa che vorrei

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Ognuna delle ultime generazioni che ci hanno preceduto ha vissuto l’orizzonte di una qualche grande ambizione: il riscatto sociale e la conquista dei diritti, la ricostruzione dalle macerie della guerra e l’avvio dell’avventura pionieristica repubblicana, il sogno borghese della conquista del proprio posticino nella società del benessere e della crescita. Anche a noi quarantenni, prima generazione sazia e molliccia, con una prospettiva di qualità della vita peggiore di chi ci ha preceduto, una prospettiva alta ci è comunque stata data: costruire un luogo in cui fare convivere sviluppo e diritti, bellezza e progresso. In cui fondere storie diverse in un destino comune. Un centro gravitazionale di opportunità per donne e uomini. L’Europa. Una casa comune che trova un senso solo se sa essere accogliente. Perché è qui che è nata la democrazia oltre 2.500 anni fa; è qui che si sono affinati i concetti di convivenza e cittadinanza; è qui che le cicatrici di guerre secolari hanno coeso uomini e coscienze. Un luogo di speranza, opportunità e felicità sul pianeta in cui 3 miliardi di persone vivono con meno di 2,5 dollari al giorno, un miliardo di persone non ha accesso all’acqua, la metà dei bambini vive in povertà, le 300 persone più ricche posseggono la stessa ricchezza dei 3 miliardi più poveri. E dove un miliardo di persone non sa neppure scrivere il proprio nome. Neppure il proprio nome.

Sogno un’Europa coesa e leader nel mondo. La sogno come l’unica potenza industriale capace di esportare, oltre a merci e know-how, anche un modello di cittadinanza, convivenza e sostenibilità.
E invece.
Non solo la costruzione di quel luogo è rimasta a metà del guado, ostaggio di particolarismi e interessi di bottega. Non solo quel capitale di storia e ideale non ha proposto una leadership al mondo, ma anzi continua a proporsi diviso e litigioso. Non solo mancano istituzioni sentite sulla pelle e leader capaci di scaldare i cuori. Ma, soprattutto, si alzano di nuovo muri e reticolati per tenere lontano chi fugge, legittimamente, da guerre e miseria. Vedere che nel continente della Cortina di Ferro, della Linea Maginot, dei campi di concentramento e dei cavalli di frisia, si aprono campi profughi e ci si rimette a scavare fossi e stendere filo spinato, fa un’enorme tristezza. Soprattutto se lo si fa contro chi ha, come unica colpa, quella di essere nato nei tre quarti sbagliati del Pianeta. Come se tutta l’Europa non fosse stata per 400 anni terra di emigrazione. Come se non ricordassimo quanto male ci hanno fatto i muri e quanto inutile sia cercare costantemente un nemico al di fuori dei nostri confini.

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La questione credo stia tutta qua: in un mondo interconnesso, in cui la ricchezza è sempre più dannatamente concentrata nelle mani di pochissimi e in cui miliardi di persone affamate premono su un lembo di umanità pasciuta e canuta, che senso ha il concetto ottocentesco di frontiera? È davvero possibile frenare questa marea disperata con posti di blocco e lacrimogeni? E, soprattutto, è lecito farlo?
Nel momento in cui si invoca il solito, peloso, mantra dell’ “aiutiamoli a casa loro” dovremmo anche ammettere che la quota di PIL dei paesi occidentali destinati alla coooperazione internazionale è ridicola. E dovremmo pure ammettere che l’Europa non ha mai avuto una politica estera unitaria, capace di intervenire con efficacia nelle tante crisi regionali in giro per il mondo. Basta ricordare le recenti gestioni delle crisi siriana e libica. E dovremmo riconoscere che non è possibile ridurre la sperequazione fra ricchi e poveri del Pianeta senza che i ricchi (cioè noi), non siano disposti ad abbassare i propri standard di consumo. È questione di matematica ancor prima che di etica. Ecco, parlare di “diritto a non emigrare” senza affrontare alla radice queste questioni, è solo una speculazione colpevole. Così come lo è distinguere fra migranti economici e profughi di guerra. Come se morire per denutrizione o malattia fosse meno serio che morire sotto le bombe.

imageL’Europa, con la sua storia di conquiste sociali, di solidarietà e benessere diffuso, potrebbe essere il laboratorio per un nuovo pianeta possibile, in cui re-inventarsi assieme modelli di sviluppo e convivenza possibili. E invece agli aneliti di eguaglianza e riscatto rispondiamo con campi profughi e barriere, con la paura e la pancia, con la difesa strenua del nostri piccoli giardinetti, con la xenofobia e terribili nostalgie.

La vedo così adesso la mia Europa. E mi chiedo se quel sogno che ci faceva vibrare i polsi sia ancora possibile o se da cittadini ci siamo già trasformati nei tesserati di un golf club sempre più esclusivo e assediato.

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